domenica, 31 agosto 2008
Atterriamo nel caldo torrido di Barcellona.

Ora ho capito perchè la Crema Catalana è flambè: non le danno fuoco, le si scotta la superficie appena entra a contatto con l'aria degli ambienti.

Io faccio la solita figura della campagnola e mi stupisco di tutto: i cessi dell'aeroporto sono puiti, il treno che porta in città è lindo e puntuale, la metropolitana è netta e comprensibile. "Netta" inteso come sinonimo di "pulita", ma ho l'atroce sospetto che sia un'accezione prettamente genovese.

I catalani parlano una lingua meravigliosa, dolce e musicale, non come gli spagnoli che hanno un idioma isterico e sputazzano a ogni sillaba. Voglio imparare il catalano, leggo tutto ad alta voce, come i cinquenni, e mi avventuro in traduzioni; tempo un minuto la  mucca pazza ha fatto il suo corso e non mi ricordo più niente.

Grazie all'intercessione del Professore, che arriverà l'indomani, abbiamo a disposizione un appartamento in una zona deliziosa e ben servita dalla metropolitana. Un non meglio identificato anzianissimo amico del padrone di casa ci mostra gli ambienti, il funzionamento della caldaia e ci da le chiavi. Per metterci a nostro agio ci parla con brevi frasi in latino, io non so come dirgli che avrei maggiore dimestichezza con lo swaili, annuisco con aria vacua (tanto avrà capito Zzi) e mi domando preoccupata se mi parla in latino perchè dimostro l'età di Seneca o perchè sembro un prete.

In compenso, la casa è talmente bella che a momenti la compro.

Barcellona, invece, un po' mi delude, me la aspettavo più....più...no: me l'aspettavo meno Genova.

Okay, lo so: mi sto triestinizzando, tutto quel che vedo nel mondo "lo g'avemo anche nòi", ma,  a parte le dimensioni mastodontiche, che ha barcellona di diverso dal capoluogo ligure? Ha il passeggio, le bancarelle, gli scippatori, gli zingari, i turisti, i caruggi, le baldracche (brutte) in strada alle tre del pomeriggio, la statua di Colmbo, l'Expò e i magazzini del Cotone, odora di fritto e di cibo a qualsiasi ora del giorno e della notte e la squadra di calcio cittadina è rossoblù. Sfido chiunque a non confonderle.

Comunque, tutto sommato, mi piace.

Sicuramente nella valutazione influisce il fatto che con 8 euro a testa ti danno da mangiare cose buonissime fino a scoppiare, ti alzi da tavola alle due e ti siedi al bar, poi rotoli fino alla gelateria per fare scorta delle energie necessarie ad arrivare all'aperitivo. Siccome qui si cena tardi, sono indispensabili due somministrazioni di sangria.

Tra uno snack e l'altro raccattiamo Slonc, che, essendo alto due metri e due, ha paura di non essere identificabile  e si presenta con la maglia della barcolana, così lo individuiamo meglio.

Ci raccontiamo la rava e la fava, facciamo uno spuntino, ceniamo e lo conduciamo nella umile dimora, dove molto poco cavallerescamente gli rifiliamo il letto a castello, con la scusa che tanto lui è troppo lungo per qualsiasi letto, quindi....

Il giorno dopo abbiamo posti seduti sugli spalti, in fondo in fondo, praticamente fuori, e ci permettiamo il lusso di fare i turisti, ricavandone anche qualche foto onesta.

Arrivano messaggi terrificanti dal Professore, forse non può venire, forse è bloccato in Sardegna, c'è il rischio che perda il concerto della sera dopo (il primo era fuori discussione da subito): l'ultimo. Che disgrazia, poveretto.

Ci facciamo prendere anche noi dalla nostalgia e dal panico che questo sia l'ultimo tour con la E-street e decidiamo che it's now or never.

Trasgrediamo tutte le regole, buttiamo sul piatto tutti i nostri averi, o la va o la spacca, dài facciamolo.

Portiamo dentro la videocamera e tentiamo una ripresa.

Siamo disorganizzati come non mai, le batterie non saranno mai sufficienti, abbiamo cassette per 180 minuti esatti, ma non importa: è giusto per avere un ricordino, mica filmiamo tutto.

Mica.

Tre ore con il braccio a 90 gradi e la faccia incollata all'obiettivo (perchè se apro lo schermo consumo la batteria e del treppiede non ho mai neanche sentito parlare), un occhio in camera e un occhio al palco, più immobile che posso, inquadrando fra le teste e le ascelle di quelli davanti.

Il risultato è un filmato che sembra ripreso da un motoscafo, tanto è fermo, però c'è stato tutto, è completo, e l'audio è sorprendentemente buono. Oddio, naturalmente non bisogna considerare i grugniti dell'operatore sui duetti con pattiscialfa (nota grammaticale: si scrive sempre minuscolo, è un nome di comune di cosa, o meglio: è un nome di cosa comune) e quel disturbo, quel grido isterico "Finisci la ripresa! finisci la ripresaaa!" di Larry che passa la camera a Zzi e si accascia semisvenuta sul sedile.

Anche questa volta, a un passo dall'Impresa, ho miseramente fallito. L'epopea non è roba per me.

Mi sa che ho incautamente straviziato, il mio intestino grida vendetta e il giorno dopo è il giorno della coda.

Nel frattempo il Professore è riuscito ad arrivare. Grandioso, sono contenta per lui; è che siamo diventati in 4 in casa, e il cesso è sempre uno solo.

Tutte le soluzioni anticagotto vengono adottate, dalla limonata, al casco di banane, al tappo di sughero.

Alle undici del 20 Luglio siamo in fila davanti allo stadio, io sfoggio un grazioso colorito penicillina e il numero 1137 sulla mano. Davanti allo stadio ci sono tutti: Luca Bastiano e Gianfranco; il Genovese di Arnehm che non mi ricordo come si chiama, ma è un nome da genovese, tipo Fabrizio/Fabio, roba così; Giancavassa & Lacristina; mezzo veneto; l'asciuttissimo Supernova...poi c'è uno che riesce a scontrarmi in uno spiazzo enorme e ha ancora la faccia di dirmi "Stia attenta". Mi giro come un cobra e gli faccio:

......

"Fruuut! Alòre, cemut?" : è arrivato Theriver69!!!

L'organizzazione catalana è tale che alle due abbiamo il nostro bel braccialettino azzurro e alle due e un quarto siamo al bar.

Del pomeriggio non so narrare nulla perchè l'ho passato dormendo su una panchina. Della spasmodica attesa nel pit nemmeno, perchè ho tirato una pisa anche lì, passando alla storia come la goffa addormentata nel pit.

Siamo laterali ma vicini, talmente vicini che stavolta lo tocco e do un senso alla mia vita, magari gli tiro il larryhat e se se lo mette...ah, se solo se lo mettesse! Mi perdo nelle mie fantasticherie e una stangona mi si para davanti: fine della favola.

Alla fine del concerto, come la sera precedente, arrivano sul palco i figli: ha copiato da Waits, solo che i figli di Waits suonano per davvero, quelli di Springsteen fanno due accordi spastici e sbatazzano le maracas.

Poverini, hanno preso dalla mamma.

Io spero di sbagliare, spero che il saluto lungo e commosso di Clarence non significasse che questo era l'ultimo concerto della E-Street in Europa.

Nel caso, ho cominciato con la mamma e ho finito con i figli, tutto sommato ho chiuso il cerchio.

Il terzo giorno il Professore e Slonc tornano a casa e io posso ricominciare a tenere la testa dritta, visto che sono entrambi più alti di Zzi e ho trascorso tre giorni con il mento parallelo alle tette ("tette" per modo di dire, passatemi la licenza letteraria). Anche quando ero in bagno continuavo a guardar verso l'alto per abitudine.

I nostri compari vengono degnamente sostituiti da TheRiver69, il quale, però, non si può dire che faccia per due.

In realtà fa a malapena per uno, perchè il più delle volte sparisce (tende a seminare la gente con la quale cammina, anche - o soprattutto - se gli si sta parlando) e quando c'è parla pochissimo; ma è Furlano e vale doppio!

Si va a Parc Guel, affrontando una salita spietata e cedendo, a metà, alle lusinghe dell'autobus. Qui ogni quindicenne con i capelli a mezzo collo ci pare il figlio di Bruce, deludendoci dopo un attimo con la sua parlata catalana. Facciamo le foto di rito ad un panorama orrendo e torniamo verso il centro, fermandoci a mangiare in una bettolina in cui, nuovamente, ci rimpinzano come porchini (animali mitologici per metà porci e per metà i tacchini) per i soliti 8 euro.

In città rifacciamo il solito giro: via Venti, piazza Matteotti - via San Lorenzo - via Canneto il Lungo - Sottoripa - Magazzini del Cotone.

All'Expò festeggiamo il 20mo litro di sangria con una fresca caraffa di sangria e cisquini ["stuzzichini" per chi non conosce tutti i vocaboli che invento o che mutuo da altri coniatori] vari e poi ci dirigiamo all'aeroporto, dove ho il coraggio di domandare il gelato. Theriver69 prima fa una faccia disgustata per tutto quel che posso mangiare, poi prende il gelato con me, e lo finisce pure per primo.

Pare che il volo di ritorno sia stato un po' turbolento, per via di alcune forti correnti.

Io, guardacaso, dormivo.

postato da: RedHeadedLarry alle ore 15:33 | Permalink | commenti
categoria:
martedì, 26 agosto 2008
I più attenti avranno notato una impercettibile lacuna nella fabula dei nostri viaggi, eppure è questo il viaggio più lungo della stagione.

Ho tanto atteso affinchè alcuni ricordi svanissero e potesse l'encefalopatia spongiforme dove non avesse potuto la sintesi.

Il dinamico duo se la prende comoda, parte per Milano la mattina del 17 luglio e nel capoluogo lombardo - dopo il ritiro dei biglietti - se la tira pure da turista, in abiti borghesi, passeggiando fra i monumenti (e le vetrine, è pur sempre Milano).

Nel tardo pomeriggio Zzi ha voglia di qualcosa di fresco, tipo un'acqua tonica, mentre a Larry basterà un caffè, giusto per non sedersi al tavolino senza ordinare.

Giriamo due angoli a caso e ci sediamo al bar Principe della bellissima piazza Sant'Alessandro.

Ordiniamo due negroni e ci sfondiamo di stuzzichini.

Il miglior negroni della mia vita, devo dirlo a mio padre, migliore di quello del bar degli aperitivi di viale Brigata Liguria (o Bisagno? Mai saputo, comunque quello lì, dal museo di Storia Naturale a Genova), perfino migliore di quello di Lino di piazza Alimonda, quasi migliore del mio. Il segreto è tutto nel gin.

Tornati agli Arcimboldi, praticamente plano sul mio maestro di chitarra, il quale subito mi redarguisce "Basta far casino, non siamo mica a un concerto di Springsteen".

All'interno del teatro mi guardo intorno per vedere se c'è Capossela, ma non lo vedo, forse perchè cerco un tizio col cilindro e una pelliccia, e magari lui non va sempre in giro così. Inciampo su Lella Costa e quando Benigni e la Braschi (che piccoli!) prendono posto, finalmente si può cominciare.

Un concerto di Tom Waits è qualcosa cui tutti dovrebbero poter assistere una volta nella vita. Le mie unghie sono ancora conficcate nel braccio di Zzi da quando ha attaccato Hang down your head.

All'uscita ci salutiamo platealmente, poi andiamo alle macchine, che sono posteggiate in fila una dietro all'altra, e l'addio struggente perde un po' della sua solennità.

Ci fermiamo a dormire in autogrill, ma ci sveglia la grandinata del secolo - pessima scelta il Garda, pessima scelta - e continuiamo per l'aeroporto.

Con la strizza d'ordinanza, la mattina dopo voliamo a Barcellona.
postato da: RedHeadedLarry alle ore 12:03 | Permalink | commenti
categoria:
lunedì, 25 agosto 2008

Non vi agitate, non sto pubblicando un racconto erotico.

Semplicemente riflettevo sul viaggio Trieste-Genova di venerdì 22 Agosto e su quello Genova-Trieste (via Udine) di domenica 24 Agosto.

Oltre che contrassegnati dal tempo sereno e dalla temperatura calda, ma non torrida, si è trattato di un percorso quantomai scorrevole, senza traffico intenso; anzi, specialmente quello di domenica è stato caratterizzato da una singolare scarsezza di veicoli in viaggio, insolita in tutti i periodi dell'anno.


Bollino rosso, avevano detto, code di chilometri, controesodo, rientri, milioni di miliardi di veicoli in marcia verso le grandi città:

Invece sembra ceh dalle ferie non sia tornato nessuno, almeno per quanto riguarda gli abitanti le località raggiungibili con la A4.

Forse gli Italiani sono ancora in vacanza, forse hanno optato per la partenza intelligente. Forse.


O forse "i no g'ha uno per far due": siamo un popolo con le pezze al culo e le ferie le facciamo in casa, ma non sta bene dirlo al TG, fa così cafone!

postato da: RedHeadedLarry alle ore 11:35 | Permalink | commenti (1)
categoria:
mercoledì, 13 agosto 2008

Partenza intelligente, perchè è il primo sabato di Agosto e ci sarà casino sulle strade, per non parlare del confine. Si va in Croazia, pur consapevoli che non ce la caveremo con mille lire (di questo passo Paolo Conte mi denuncerà).


Sveglia alle 5, colazione e via in macchina, con tutto il necessaire da mare.


Quellolì, siccome si va al mare, ha portato le pinne. Poi come si fa a non dargli del furlanotto appena venuto via dalla campagna? Fin troppo facile.

Io, ovviamente, ci patisco da matti che lui ha le pinne e io no, ma, piuttosto che dargli la soddisfazione, mi impicco.


Prima del confine sloveno Elisa dorme, alla sosta diesel le cola la bava.


Giungiamo senza difficoltà alcuna a Parenzo, la spiaggia è deserta, ci siamo noi, gli inservienti e i vecchi (pochi). Non c'è nemmeno il posteggiatore.

Sono pure chiusi i cessi. Io risolvo facendo il bagno, Elisa si contorce fino alle nove e venti, poi si arrende e, dovendo comunque andare a cambiare i soldi, lei e io andiamo a fare due passi in paese.


Anche perchè la spiaggia è bella, il mare stupendo, c'è la pineta, il minigolf il ping pong e ci siamo portati le carte e i libri; ma, dannazione, siamo arrivati alle sette e mezza, stiamo in spiaggia fino a cena. CHE PALLE! La pisciatina in paese è sopravvivenza!

A proposito di surving kit, come da manuale del perfetto turista in Croazia, spossate dai diciotto passi che abbiamo messo in fila, sostiamo a rifocillarci in un bar, che offre krapfen grandi come meloni con dentro il doppio della crema che sta in una torta nuziale. Parte l'analisi organolettica e troviamo il suddetto dolce piuttosto leggero, per niente unto, sfioccato, con lo zucchero asciutto, sapientemente cotto e farcito di una crema spumosa, ma non grassa, delicata e in cui non prevale l'uovo. Insomma, uno direbbe un krapfen perfetto.

No!


Eretici.


Il krapfen deve essere un cuneo nello stomaco, se mangi il krapfen al mare, non puoi fare il bagno per tre giorni, e a volte muori lo stesso. Il krapfen deve essere ragionevolmente unto: è una frittella, quindi non deve (ovviamente) grondare grasso, ma si deve sentire che 'ha fatto padella'. Dentro deve essere umido quanto basta affinchè quando viene morso rimanga l'impronta delle arcate dentali. I lembi del krapfen addentato non si separano, non è un Buondì: una pasta ben lievitata e ben cotta non osi separare ciò che gli incisivi uniscono. In bocca è soffocante, mascella e mandibola devono separarsi a stento, la sensazione non è quella di masticare una torta, ma di masticare plastilina.

Il vero krapfen va affrontato a bocconi piccoli, con rispetto; un krapfen che lascia in vita dopo un morso a piena bocca, non è un krapfen.

La crema, poi...uno il krapfen lo prende come vuole, per certi versi la sua morte è la marmellata (dolce, ma non grassa, pulisce e stordisce il palato al contempo), ma la vera perversione è la crema pasticcera.

E che crema sia, gialla come il risotto con lo zafferano, satura di tuorli, voglio morire di colesterolo, voglio una maionese dolce, al limite corretta con un goccio di marsala, o un'idea di scorza di limone (marsala, marsala!).


Se avessi voluto stare leggera avrei mangiato fette biscottate.


Già sono al mare, già devo stare dodici ore in spiaggia, già c'è un sole che spacca le pietre, già sono in compagnia di Quellolì.

Ho bisogno di un krapfen come dio comanda, un krapfen - Gott in Himmel - un krapfen o del prozac.


Ce ne torniamo accaldate in spiaggia passando davanti al rustico che comprerò quando sarò ricca, per trasformarlo in un bed&breakfast (che mi renderà ricca) grazie al quale potrò cucinare torte, biscotti e dolcetti per la colazione, e servire in salumi istriani accompagnati dal pane fatto nel forno a legna che metterò in giardino.

E quando arriverà Bruce Springsteen mi dirà “Ehy, you, bella culona, I see that you have a forno a legna, make a pizza for me”, ma io non avrò ancora imparato a farla e sprecherò l’unica occasione della mia vita.


La giornata in spiaggia in qualche modo trascorre: sto più in acqua che sull’asciugamano, con la scusa che non si può stare al sole nelle ore calde, dopo pranzo ingaggio una sfida all’ultimo sangue a ping pong  con Quellolì, sostituendo un paio di volte la pallina con una pietra e mirando al centro dei suoi occhi.


Lui ha il buon gusto di perdere.


Finalmente arrivano le 19.30 e si può andare via dalla spiaggia, per la ben più agognata meta del ristorante.


Come accade ogni volta che poso il mio voluminoso deretano sulla sedia di un esercizio che somministra alimenti, lo spirito di Anton Ego si impossessa di me e mi dedico al mio sport preferito: la critica spietata delle pietanze, del locale, del servizio, delle scarpe della cameriera e, se ciò non mi soddisfa, pure degli avventori.


Sfortunatamente Quellolì non si strozza con il bolo, anzi, ha pure la faccia tosta di mangiare con gusto, davanti ad Elisa e me che ci logoriamo perché quello che è stato un minuto in bocca ci resterà un anno sui fianchi.


 


Ma siamo per il giorno da leone, lei e io, i cent’anni da pecora li vivano le secche!


postato da: RedHeadedLarry alle ore 15:42 | Permalink | commenti (4)
categoria: