lunedì, 28 luglio 2008
Ogni tanto ci spostiamo anche se non c'è Springsteen a destinazione.

Infatti ho sempre di che lamentarmi di queste gite.

Ho sempre sostenuto che Quellolì avesse un'influenza negativa sulla mia amica Elisa, infatti l'ha trascinata in un turbine di mountain bike e scarpette da imbecilli. Non mi è chiaro come, ci siamo finiti dentro anche noi.

Partiamo una lieta domenica e ci dirigiamo nella bella città di Udin, io, Zzi, la sua bici e il Falcon. "Il Falcon", diminutivo di Millennium Falcon, è la mia bicicletta, un residuato della prima guerra mondiale, infatti l'ho presa usata in provincia di Gorizia, mi sa che era di Hemingway.  La chiamo così perchè è "l'ammasso di ferraglia più veloce della galassia"; si cambiano solo le marce sulla manopola destra, le altre sono troppo dure, e comunque io non riesco ancora bene a cambiare le marce, non ho ancora imparato a staccare le mani dal manubrio e non azzardo troppo. Talvolta tenta ancora di disarcionarmi, e la ruota davanti punta a destra, ma tutto sommato è una brava bicicletta.

Giungiamo sotto casa di Quellolì, che sta proprio sopra a un negozio di bici. Io e il Falcon ci specchiamo nella vetrina: io ho un caschetto di plastichina che era costato più della bici, una maglietta rosa troppo stretta che, da seduta, rivela impietosa i miei tre salvagenti e un paio di jeans a vita troppo bassa che lasciano scoperte le maniglie smagliate. Le scarpe vanno bene. Il Falcon è magro, ossuto, fragile e vacillante sotto il mio peso, ha forme tristi ed essenziali, sembra disegnato da un bambino dell'asilo rispetto alle sue discendenti esposte, rampanti, con le strutture più larghe, ma più leggere, con le manopole soffici e antiscivolo, le ruote grosse e i battistrada profondi, i sellini affusolati (ahia) e i pedali minuscoli. Porto il Falcon davanti alla vetrina delle chitarre, prima che venga colto da depressione. Nella vetrina delle chitarre, la mia immagine è la stessa, per giunta tutta quella roba, che non so cosa sia, in mostra mi ricorda il mio fallimento nell'arte di Euterpe. Tra la mia e quella del Falcon, opto per la seconda depressione e mi risposto. Certo che ci voleva proprio Quellolì ad abitare tra una vetrina di biciclette e una di strumenti musicali...quantomeno, sapendo che saremmo arrivati, avrebbe almeno potuto avere il buon gusto di trasferirsi!

Nel frattempo Elisa & Quellolì sono scesi e possiamo partire.

Ovviamente le loro biciclette mangiano in testa alle nostre, per non parlare dell'abbigliamento: sembriamo la Banesto e la parrocchia.

Nel tratto cittadino, Quellolì si guadagna tutti i miei insulti perchè - siccome lui la strada la sa - si infila tra le macchina, taglia le corsie, brucia i semafori, svolta a sorpresa. Io, che ad ogni semaforo impreco perchè non so ripartire da ferma e le macchine dietro mi mettono ansia, sono in leggera difficoltà.

Imboccata la pista ciclabile, invece, il percorso non è malaccio: si pedala fra le pannocchie (sono alte! In autostrada sembravano più basse), di fianco alle rogge, all'ombra dei salici e, con un po' di fortuna, si può vedere un ratto. Sarebbe una piacevole passeggiata, se non fosse che siamo inseguiti dal temporale, e ci tocca andare più veloci che possiamo. Ripariamo sotto la tettoia di un bar quando mancano solo 7 chilomentri e vengono giù gocce d'acqua del diametro di un 45 giri. Io avevo proposto di arrivare a destinazione, avendo calcolato che con una media di 20km/h avremmo percorso la distanza mancante in una ventina di minuti. Ancora adesso mi domando se il mio calcolo fosse giusto, mi dissuasero le acute osservazioni di Zzi -  "Hai presente quanta acqua prendiamo in venti minuti?" -  e di Elisa - "E chi li tiene 20 km/h COSTANTI e per giunta SUL BAGNATO?".

La sosta si rivela una mano del destino perchè è proprio mentre aspettiamo che smetta di piovere, che Elisa e io studiamo il piano strategico per la Jam Session del prossimo fine settimana (di cui, prossimamente, al blog delle Larrycette: è una Jam Session, non è mica un viaggio). Al termine della sosta abbiamo deciso che: Zzi prende ferie per andare a far la spesa, Quellolì non dorme per venire giù, Quellolì va a dormire nel pomeriggio perchè al mattino va al mercato anche lui, Zzi al pomeriggio va al mare, la cucina è NoFlyZone, mangiamo gnocchi di susini, se riusciamo a prepararli, altrimenti chiamiamo la pizza, se no saltiamo; tanto io e Elisa saremo sazie delle operazioni culinarie, Zzitalia si nutre con la frequenza di un pitone, se Quellolì muore di fame non me ne frega niente.

Arrivati a Saorgnàn, il rumore dei tuoni è coperto da quello del mio stomaco e Elisa, impietosita, ci offre una pasta col tonno (molto buona) e i peperoni sottaceto (sublimi). I fantastici 4 lasciano a malincuore (io più degil altri) la magica cucina di Elisa e proseguono il giro perchè "i libri, il purè e i percorsi vanno sempre finiti". La strada per Nimis, a stomaco pieno, non è proprio  una bazzecola, la prosecuzione fino a Tarcìnt è il Mortirolo. Infatti, qui giunti, abbiamo bisogno di rifocillarci con un gelato del Bar Gelo - sarà la bicicletta che mi fa pensare a Paolo Conte, ma io prendo una pallina al limone, mentre i miei più saggi compagni optano per CrosatataDiLamponi, Pinolata e gli altri gusti per cui questa gelateria è celebre. Difatti nel limone c'è troppo latte, ma per le mie considerazioni sul gelato e sulla vita in generale, di nuovo, vi invito a consultare Larrycette.

Il ritorno è praticamente tutta discesa, c'è un po' di vento, abbaia la campagna, c'è una luna in fondo al blu, e quando tramonta questo giorno in arancione, il contachilomentri segna 48.2.



Neanche la soddifazione di poter dire di aver fatto "Cinquanta chilomentri" in bici, neanche...
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venerdì, 25 luglio 2008
A momenti si liberano due biglietti per Barcellona.

Sabato scorso Zzi e io decidiamo di partecipare ad una gara promozionale di orienteering a Padriciano. O Trebiciano, non so: in un posto sull'altopiano con uno di questi nomi perfettamente interscambiabili che ci sono solo in carso, dall'aspetto perfettamente interscambiabile, con un'area di ricerca perfettamente interscambiabile (...ehm...). Non sono nemmeno sicura che fossimo sull'altopiano Est, forse eravamo a Prepotto. Le migliori premesse, queste, per affrontare una gara di orienteering.


E' una promozionale, mi dico, 1700 metri. Un normodotato la percorre in 15 minuti, io sono una parpagnacca e ce ne metto 25, metti che mi perdo un paio di volte, metti che mi tocca fare il giro perchè non riesco a scavalcare un sasso, metti che subisco l'aggressione di un paio di farfalle....in quaranta minuti me la cavo. Quaranta minuti passano in fretta (certo, molto dipende da ciò che si fa, in quei quaranta minuti), bando agli indugi, il movimento fa bene, è tutto allenamento per Barcellona. Queste giuste motivazioni, e la totale mancanza di pretesti da addurre per esimermi, mi inducono ad aderire con entusiasmo.

Già, perchè solitamente, quando ci sono delle gare di orienteering nei boschi della zona, che prevedono una separazione da Zzi relativamente breve, o comunque di poco superiore a quella del tempo tecnico della gara, io riesco a defilarmi con innata eleganza e la faccia di quella che - 'ccidenti! - avrebbe partecipato volentieri, ma sfortunatamente deve:


- aspettare che arrivino le amiche da Genova

- cucinare per gli invitati alla cena della sera stessa

- tradurre qualche articolo (penelopescamente redatto e disfatto fino all'approssimarsi della competizione)

- andare in posta/ fare commissioni varie

- farsi la tinta

- depilarsi

- prendere la purga

Stavolta avevo le spalle al muro, non c'era neanche una tendina da stirare, un cesso da sturare, un accordo da stonare.

Non sto a scendere negli umilianti dettagli che spiegano in che modo cretino io abbia perso novanta minuti a cercare la lanterna 3 (su 16: un po' compromettente ai fini della gara), e da lì sia giunta alla 4 nel modo tecnicamente più sbagliato (buttandomi giù da una scarpata), per poi rendermi conto di essere in giro da quasi due ore e decidere di tornare indietro, prima che partissero le squadre a cercarmi.

Ecco.

E' qui che si scatena lo psicodramma.

Con la tracotanza che mi contraddistingue, mi dirigo verso l'arrivo basandomi sulla provenienza della musica.

Procedo con baldanza, scavalco (demolendo) muretti, tocco tronchi, schivo squadriglie di farfalle in formazione, e procedo veloce in tutta la mia baldanza.

Poi la musica finisce.

Guardo la cartina e OVVIAMENTE ho perso il segno e non so dove sono. Improvvisamente mi sovviene che ho i timpani di sughero e risalire la musica come il filo di Arianna potrebbe non essere stata una scelta scientificamente corretta.

Intorno a me c'è un prato enorme identico a dozzine di altri.

Tendo l'orecchio sperando di sentire un'eco o, almeno, il rumore della statale.

Solo grilli.

E un'intuizione squarcia la tenebra: sono l'unica persona che conosco che fa gli accordi a occhio e si orienta a orecchio. C'è qualcosa che non quadra.
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venerdì, 25 luglio 2008
Non c'è tutto 'sto bisogno di questo post, francamente, specie non a un mese di distanza dagli eventi, ma i libri, il purè e i racconti vanno sempre finiti.

Ecco, lasciatemi finire quello che avevo nel piatto.



Arriviamo a Trieste alle 5,35, sotto il faro della Vittoria, con una di quelle luci talmente belle, che ci sono solo quando si ha lasciato la macchina fotografica a casa.

Scaricati Luca e la Paolina, andiamo a casa, prendiamo i costumi e andiamo a fare il bagno in un mare che sembra di mercurio.


Dopo una delle docce più desiderate della mia vita vado a lavorare. Non do il meglio di me, ma lavoro onestamente, quindi alle 18 mi incontro con una signora in San Giacomo e da lì "corro" (sui tacchi e con le gambe di piombo da post-san siro, più che altro rotolo) giù per via San Michele ad assistere al saggio di canto della Nini.

Lei è una sirena.

E' bellissima e la sua voce è cristallina e incantatoria. Tant'è che prima ci sciroppiamo una violinista esordiente (onore al merito, in un solo anno di corso estraeva dallo strumento anche qualche nota riconoscibile, fra un lamento e l'altro, io, con un violino, non riuscirei neanche a infornare la pizza), e marmocchi assortiti che suonano strumenti che non so. Non che non ricordi: ma i bambini sono bassi, non li vedevo oltre il pubblico e io riconosco gli strumenti dall'aspetto, non dal loro suono. Per fortuna inganno il tempo raccontando il concerto al papà della Nini.

Non so come ci trasciniamo a casa, probabilmente ceniamo anche, ma non ricordo con cosa.

Poi, in qualche modo, la sera di giovedì 26, mercoledì 25 giugno, finalmente, finisce.
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mercoledì, 02 luglio 2008
Sarà che dopo la terza serata di Dublino uno ha poco da aspettarsi, sarà che, sapendo che la gente si è messa in fila per il pit con 4 giorni di anticipo, non siamo partiti con la pancia piena di speranze, ma il 25 Giugno non è stato proprio proprio proprio proprio leggendario.

Il viaggio inizia uscendo in clamoroso ritardo dall'ufficio (okay, ho un ufficio dal quale uscire, zitta e muta) e arrivando trafelata al rendevous con Zzi.

Ultima perquisizione:

- maglia di ricambio?;      - La g'ho

- crema solare?;               - La g'ho

- Larryhat?;                         - Lo g'ho

- Soldi?                                - Otto euro: li g'ho

- Documenti?                     - Li g'ho

- Biglietti? -.,,...[sguardo di panico] - HAI DETTO CHE LI PRENDEVI TU!

Zzitalia ghigna sadico e avvia il motore.

Giungiamo all'appuntamento con Luca e La Paolina e iniziamo, finalmente ufficialmente, il viaggio per Milano.

Tutto sommato siamo in orario, a Dolo è prevista una sosta per raccogliere il cugino di Luca (nel senso che ci aspetta in un posteggio dell'autostrada, potremo giusto "raccoglierlo" come un aspic mal impiattato).

Inizia il toto-canzone e scadiamo in quei discorsi odiosi da fan straviziati, che hanno visto di tutto e di più, proclamando di voler sentire i titoli più assurdi. Quella roba che ha composto al cesso e pubblicato di nascosto, per intenderci.

Bei tempi quando speravo di sentire Thunder Road! Adesso la chiedo solo ai concerti degli altri (di cui l'ultima volta alla Bohème).

Insomma siamo in piedo mood-da-tour quando il destino cinico e baro si presenta sottoforma di coda di 4 km a Ronchi dei Legionari.

Usciamo subito e sfidiamo l'insidiosissima campagna bisiacca, che oltre che essere caldissima, ha la caratteristica di non finire mai. Secondo me si estende a mano a mano che viene percorsa.

Sono già sfinita quando siamo appena sull'Isonzo ed entriamo in Papariano. Per carità, terra di grandi musicisti, questo io non lo discuto, ma per oggi avevo idea di andare un po' più avanti; almeno siamo nelle solo-a-me-amiche terre furlane.

Rientriamo a Palmanova, ci consoliamo raccontandoci la palla che nooo, non è mica tardi, ma il malcontento serpeggia (e siamo appena a Palmanova) e dal toto canzone si passa alla gufata scaramantica.

Dicesi gufata scaramantica la pratica masochista di prevedere che si esibisca in qualche Inalscoltabile; essa ha lo scopo di scongiurarne l'effettiva esecuzione o, nella malaugurata ipotesi, di consolarsi con un flebile "io lo avevo detto". Si tratta di un rito veloce, di solito basta elencare Human Touch.

Se il viaggio è lungo si aggiungono Cover me, I'm a Rocker, The Big Muddy, I'm a coward, Let's be Friends, All I'm thinking about e poco altro (ne ha scritte di porcate, eh, il nostro idolo?).

Sfolgorante new entry, nella lista delle Inascoltabili, Living in the Future, sistematicamente riproposta ogni sera. Ora: io capisco il testo di protesta, capisco il voler sputtanare in tutta Europa un presidente decerebrato, capisco il messaggio sociale che vuole trasmettere.

Ma diamine: metterci su una musica bella costava uguale! Da uno che mi insegna a camminare a testa alta o a non camminare affatto, mi aspetto che le cose siano fatte bene, oppure non fatte. Se proprio, per ragioni di metrica e armonia che non voglio neanche sapere, non c'era verso di arrangiarla diversamente.....poteva pubblicarla sul disco della moglie!

Intanto siamo in Veneto, dove ci bloccano 7 km di coda in barriera: usciamo prima!

A questo punto il regista, per non estenuare il pubblico con la descrizione della pressochè immutevole campagna padana, fa una digressione sul necessaire da concerto.

Ciascuno di noi si porta quello che più ritiene utile, poichè al necessario pensa Zzi, vediamo le puttanate che possono uscire dal Marsupiorosso. 

Nella tasca grande troviamo: la Moleskine rubricata (utile! Chissa quante amicizie si fanno a un concerto, dove tipicamente si attenta alla vita del proprio co-testimone di nozze solo per guadagnare mezzo metro), la penna, spiccioli, chiave della macchina di riserva (anche se è più probabile che sia io a perderla, quindi basterebbe portare sempre solo quella di Zzi), assorbente (indipendentemente dal periodo del mese: è dal tour invernale che non posso più saltare liberamente...i 27 sono stati il tracollo). 

La tasca anteriore ospita la crema solare fp 30 (così mi abbronzo un po' e Zzi è contento), fermacapelli assortiti, occhiali da sole graduati (attraverso i quali, però, non vedo, perchè sono del 1991 - ma mica mi porto gli occhiali buoni schiacciati nel marsupio), cellularry (quello sì al macello, tanto non funziona mai).

Nella microtasca laterale si scovano le chiavi di casa e l'Osso di Pesca.

L'Osso di Pesca è stato a suo tempo, lavato, molato, forgiato e lustrato da mio padre, fino a che egli non ne ha ricavato un meraviglioso fischietto, fatto a cuoricino, rosso. Sapete che aborro superstizioni e scaramanzie, ma quando si va da qualche parte, l'Osso di Pesca viene con me. Portafortuna? No. Scaramanzia? Macchè. L'Osso di Pesca può sempre servire. Siccome non gli ho ancora trovato uno scopo nella vita quotidiana, lo porto con me nelle situazioni straordinarie con la speranza di  poterne finalmente fare uso. E poi è un regalo del mio papà, è uno degli oggetti ai quali tengo di più al mondo (chissà come sarebbe contenta mia madre, con tutti i soldi che ha speso per vestirmi e calzarmi decentemente).

Nel frattempo siamo in coda sulla tangenziale di Milano, siamo in un ritardo abissale, ma non disperati. Date le premesse, sappiamo bene che non entreremo mai e poi mai nel pit - che sarà esaurito da giorni! - perciò ci basta arrivare davanti al mixer, e per quello non c'è da temere.

E' qui la batosta. 

Quando arriviamo nel prato e vediamo che è vuoto, quando vediamo che anche il pit è vuoto e che ci sono si e no 20 persone alla transenna di ingresso che chiedono alla security - peraltro in maniera abbastanza civile - di ammetterci nel recinto.

Lo so che siamo partiti tardi, lo so che siamo arrivati ancora più tardi, lo so che nel pit di Milano non ci abbiamo mai creduto e non ce lo meritiamo. Però quando arrivi lì, c'è posto e non ti fanno entrare, un po' ti girano. Soprattutto quando la security si balocca con mazzi di braccialetti non distribuiti. Ancora di più quando vedi gente arrivata un minuto dopo di te che, invece, è stata ammessa - e non si tratta di braccialetti fatti in casa. Sembrano proprio i braccialetti 'veri', sono braccialetti veri, ne passano in continuazione sotto al nostro naso...pare che "basti"  dare 50 euro. A dei fan che ci lucrano? No-no, alla security.

Morale che, siccome sono cretina, mi faccio rovinare la serata da questi episodi e non me la godo per niente. Quando mi passa la rabbia siamo a metà concerto.

Chi l'ha vissuta nel modo giusto, dice che è stata una serata epica.

Non so: la scaletta era bellissima, ma non c'era niente di speciale per l'Italia (come tutti si aspettavano e come anche io, pur avendo preconizzato un Milano sottotono, speravo) e lui ha parlato pochissimo (data la scarsa soddisfazione che gli demmo a Novembre. Certo, non ha lesinato i successi nè le chicche, ma non abbiamo vissuto il concerto leggendario a cui ci aveva abituati.

E' come dice Morozzi: i concerti di Springsteen si dividono fra belli ed epocali.

Questo era solo molto bello
postato da: RedHeadedLarry alle ore 07:38 | Permalink | commenti
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